dipinto di Eustachio Lionetti
BAGLIORI
15 luglio 2026
Per questo articolo sul tema dei “bagliori” abbiamo coinvolto soci e amici di ASTRID, chiedendo di mettere per iscritto queste “sensazioni luminose” per poterle rileggere e tornare in qualche modo a quelle piccole esperienze che… ci tirano su!
Sì ma cosa sono i “bagliori”?
È una parola coniata da Deb Dana, nella teoria polivagale, per riferirsi ad uno stato di benessere del nostro sistema nervoso. I “bagliori” sono quei piccolissimi momenti di pace, sparsi qua e là nell’arco della giornata, in cui ci sentiamo collegati con ciò che ci circonda e appagati dal momento presente. Sono istanti brevissimi e fugaci, che però possono lasciare un senso di benessere duraturo se alleniamo lo sguardo a riconoscerli, a valorizzare le piccole cose. Dove portiamo la nostra consapevolezza si possono aprire nuovi orizzonti, e letteralmente “si vede” il positivo.
BAGLIORI
Ho fatto il collegamento immediato con una delle frasi che porto con me, anche nella quotidianità, da mia nonna paterna. Ero andata a trovarla e lei era nell’orto.
Mangiando un’albicocca matura caduta dall’albero e assaporandone il gusto intenso, mi ha detto: “che gioia poter gustare un frutto così…è un momento di felicità”. Poi ha aggiunto: “ricordati che la felicità è come un soffio, arriva improvvisamente e tu devi saperlo cogliere e gioirne”
Simona
Quando abbraccio mia moglie e vedo i suoi occhi sorridere.
Quando da solo, a casa, mangio nel silenzio e ascolto i rumori della città.
Quando salgo su un tram o su un treno senza fretta: mi lascio trasportare, osservo la città o il paesaggio e le persone intorno a me.
Quando penso a un ricordo d’infanzia e si fanno presenti sensazioni e immagini piacevoli.
Quando ricordo alcuni momenti delle sedute con mio papà. Un abbraccio in un periodo estivo in cui faceva molto caldo: il mio mento appoggiato sulla sua spalla, la sua camicia pulita. Oppure seduti uno di fronte all’altro con le mie mani nelle sue mentre mi guarda con uno sguardo che dice: “ti voglio bene!”.
Anonimo
La brezza che arriva improvvisa quando ho molto caldo.
Sbucciare i fagioli borlotti con mia figlia, il tempo che si dilata.
Quando mio figlio mi dice “ne ho già parlato con il papà”, il sollievo in tutto il corpo.
Quando metto la guancia sulla pancia della mamma e lei mi accarezza i capelli.
Quando il viso del papà si rischiara in un sorriso.
Nadra
È nata una bambina, dieci giorni prima del termine attribuito. Ha due giorni di vita ed è definita una “birichina”, “capricciosa”. Perché? Perché piange disperata, non accetta alcun contatto che non sia sua madre. Quindi, no essere bagnata, no essere cambiata, no essere toccata per motivi igienico sanitari. Sì al papà, se le fa quel massaggio rotatorio che ha conosciuto quando ancora stava nella pancia della mamma. Il papà, quel massaggio, lo ha fatto per qualche mese su quella pancia. “Questa bambina non è ancora nata!”, dico io. “È uscita sì dalla pancia ma non è ancora pronta a sentire il mondo in cui si è ritrovata, con tutte le sollecitazioni percettive che le sta mandando a cui lei risponde con il pianto di terrore e dell’angoscia. Quando piange infatti occorrono tempi lunghi perché ritrovi la calma, in braccio alla mamma o con il massaggino del papà.
Ora ha 35 giorni, come si dice, “di vita”. Le piace fare il bagnetto, essere cambiata, stare sul fasciatoio a sgambettare, tenta di incrociare gli sguardi, tenta di sorridere. È approdata in questo mondo, sta familiarizzando con i vari contatti, sta entrando in comunicazione. Ha ancora da assestare lo stomaco, l’intestino ma ora il contatto c’è. Gli adulti possono modificare i termini, da “bambina capricciosa” possono chiamarla “sensibile”.
35 giorni. Penso al periodo tradizionalmente chiamato di “quarantena”. Era sì tutelante per la ripresa della mamma, ma pure il figlio ha bisogno di un tempo per la sua sensibilità per approdare da un mondo all’altro. Che meraviglia!
Ben arrivata bambina, questo è un mondo da scoprire passo dopo passo. L’augurio è che gli adulti lo riconoscano senza avere troppa premura di medicalizzarti.
Maria
Per me nel quotidiano i bagliori si presentano quelle volte che incrocio lo sguardo di sconosciuti, che però mi sorridono o mi salutano…come se qualcosa di “noto” in quel momento venisse riconosciuto da parte di entrambi.
Non è la formalità o una forma di educazione… è più il riconoscersi, in quello scambio di sguardi che dura anche un po’, in qualcosa che ci accomuna davvero, noi tutto genere umano. È il positivo che in quel momento ti distoglie dalla fatica o dalle preoccupazioni.
Infatti non succede tutti i giorni… diciamo che son più numerose le facce imbruttite e i momenti di aggressività. Prendendo sempre i mezzi… ne vedo abbastanza. Ma quando capita mi risolleva, mi dà un pizzico di nuova energia.
Nicoletta
Il mio bagliore necessario è la Natura, è quello che mi illumina, rigenera e appaga sempre nella buona e nella cattiva sorte. Con tutti i suoi colori e le sue immense profondità.
Annalisa
Quando vivo qualcosa che accorcia il respiro, arriva l’immagine di una “ranocchietta nella cesta”, tutta presa a espandere a ritmo addome e torace. È una bimba di dieci giorni, impegnata a respirare e a sentire, sta imparando a stare nel nostro mondo. E io torno a respirare.
Maria
“Ripensando a quel periodo ho un flash di “grazia del singolare”: la nonna Rosa – la mia mamma – che sta sciacquando le vostre tutine al lavandino. È pelata come voi, ma lei per la chemio… (si rideva di questa somiglianza nella capigliatura tra nonna e nipoti!) e mi chiede quale tutina è di Sofia e quale è la tua e poi racconta di quanto meno agevole fosse lavare le mie camiciole di lana, ai suoi tempi. Mi fanno bene le sue parole e il rumore dell’acqua che scorre nel lavandino e che sobbolle sulla stufa economica. Come se l’acqua facesse memoria del cammino per arrivare al mondo (il dentro e il fuori dalla pancia): il cammino di ognuno e di tutti”.
Mariella
Quando lo sguardo di mia madre spesso spento si riaccende e i suoi occhi verdi brillano di curiosità e stupore come quelli di una bambina.
Quando prego danzando: il mio corpo compone forme imprevedibili e il mio spirito si innalza.
Quando siedo da sola davanti al mare, ne ascolto il suono e ne contemplo il movimento, sentendomi parte di quel flusso primordiale ed eterno.
Maria Paola
Ogni volta che mia figlia spontaneamente contatta telefonicamente mia madre. Sento Ia forza e la continuità dei riti trans generazionali…Mi ricordo di quando io, da bambina, facevo la stessa cosa con mia nonna materna. Mi commuovo e mi viene da sorridere. Così le esperienze apprese passano da generazione a generazione. Un patrimonio prezioso non si disperde e continua a vivere.
Carmen

