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la lingua batte dove il dente duole
disegno di Leila
la lingua batte dove il dente duole

Il Cerchio dei papà e delle mamme a Montevecchia (LC)

Sintesi di Maria Casiraghi e Roberta Cassia

Secondo incontro: martedì 5 novembre 2019

Il tema degli incontri di quest’anno sono i modi di dire e ciò che suscitano in noi

Di seguito riportiamo cosa è emerso dal gruppo sul modo di dire la lingua batte dove il dente duole.

La lingua ci avverte che abbiamo da prenderci cura di qualcosa che non va per il verso giusto.

Fra le tante reazioni possibili, ne emergono due in particolare:

  1. Chi affronta il sapere, per prendersi cura del dolore.
  2. Chi evita il dolore, cercando di normalizzarlo (non si vede), occultarlo o anestetizzarlo.

 PRENDERSI CURA DEL DOLORE

Se c’è una sofferenza il dolore segnala che ci sono da fare azioni che curino. Il corpo aspira ad essere sano così come la persona si organizza per stare in vita e stare bene.

EVITAMENTO DEL DOLORE

Se sento dolore penso di non essere sano, evito il dolore ed evito di farci i conti. Se il dolore c’è, la lingua (in questo caso) come il pensiero, automaticamente vanno sempre a controllare e per evitare di sentire si trovano dei modi o delle convinzioni che fanno evitare di prenderlo in considerazione.

Nella circolarità del racconto, che si va a comporre con gli interventi dei partecipanti al Cerchio, emergono diverse sfaccettature rispetto al tema della gestione dei disagi o sofferenze che si incontrano in famiglia fra genitori e con i figli.

STARE BENE E’ FARE I CONTI CON LA SOFFERENZA È fare i conti con il proprio sentire, è saper chiedere aiuto e condividere, è fidarsi delle risorse per ritrovare un equilibrio sano.

  • Ce lo racconta bene la mamma che nel Cerchio narra la sua esperienza di come ha accompagnato i figli ad incontrare la morte del nonno.
  • Il dolore più minaccioso, emotivamente, è la paura di perdere il genitore. Una perdita che più della morte fisica è la perdita del legame d’amore con il genitore, strettamente legato all’identità e all’equilibrio psicofisico.

STARE BENE E’ LASCIAR EMERGERE I SENTIMENTI CHE SI VIVONO

Non è ragionare su come ci si sente, per capire o per spiegare. Spesso il genitore può vivere gli stessi vissuti scomodi che vive il figlio e rischia di sentirli come fossero propri, come se fosse una sua reale difficoltà, mentre lui a suo tempo ha già risolto e trovato le sue soluzioni.

STARE BENE A CASA E A SCUOLA

Succede che un bambino a casa sia in un modo e a scuola sia diverso. Qual è l’autentico? L’autenticità si gioca a casa dove ci si può lasciar andare e c’è meno bisogno di controllarsi. Fuori casa va da sé che viene da essere un certo “personaggio”. Ed è importante che ce ne sia la consapevolezza, per esempio a scuola. È un elemento base nei colloqui e nell’intesa tra la scuola e la famiglia. Diversamente ai genitori resta la colpa e la confusione di non conoscere il proprio figlio.

STARE BENE E’ POTER DIRE A MAMMA E PAPA’

Succede che i figli dissimulino coi genitori le loro preoccupazioni (“va tutto bene”), ma il genitore sente che bolle altro in pentola. Infatti, racconta una mamma, in pentola il figlio aveva l’argomento della morte di cui non riusciva a parlare. Tra i due genitori uno è in allarme, l’altro entra nel vissuto di evitamento del figlio. I due genitori, pur su posizioni differenti, mantengono la comunicazione fra di loro e così il figlio “apre la diga” e l’acqua defluisce conquistando il suo spazio. Ecco come l’amore in famiglia prende forma a partire dall’alleanza di coppia, che conosce le risorse e le mette in campo. I bambini possono sperimentare il pianto in una situazione di amore e protezione, si autorizzano a non censurare i pensieri “pesanti”, osservano cosa sia una coppia genitoriale che “si attiva” e imparano a diventare grandi e coraggiosi. Si può anche piangere tutti insieme, se è il momento di farlo.

I genitori conoscono le risorse che hanno per accompagnare i propri figli nella crescita?